sabato 11 agosto 2012

Un Racconto Profumato.



  Faccio il lacchè. Tenevo l'ambizione del giornalista, correggo invece le bozze di uno che tiene 'na rubrica di libri sopra al settimanlae allegato al quotidiano nazionale maggiormente diffuso. Voi basta che ci offrite pranzi e vacanze e questo vi fa diventare scrittore da premio. E' nu poco ricchione, quindi predilige i maschietti.

        Ci avevo già la valigia in mano, ma mica tanto per dire, no. Proprio che la tenevo in mano la valigia mia. Ed ero contento ed eccitato. Sì, sì, dovevo andare a Parigi, il primo servizio importante: l'intervista a Ken Follett. Il mio capo è con il gesso e a farci l'intervista all'uomo dalla tastiera d'oro ci vado io. A Parigi. Due giorni. Volo business e alloggio tutto spesato al Ritz. Finalmente qualcosa inizia a girare.

           Ecco, ci siamo capiti. Gira proprio tutto intorno a me e non solo quello che avete capito pure voi. 
"Mezza calzetta, mettiti sereno. A Parigi non ci vai più. L'intervista è saltata pezzo di fesso".
           Questo mi dice Ciro D'Ontoriona, l'uomo più becero e venduto di tutti i beceri e venduti del globo nostro. Maledetto a lui. E sto qua come a l'imperatore dei coglioni co' la valigia in una mano e il cordless nell'altra, la faccia mia è precisa il ritratto della deficienza. Tengo assai voglia di piangere.

          Nello stesso istante, a Milano, quella merda di D'Ontoriona entra stampellando nell'ufficio dell'amministratore delegato del più importante gruppo editoriale europeo, gruppo editoriale che non mi manda più a Parigi ma che comunque mi dà da mangiare, poco e male ma so' dettagli ininfluenti di 'sti tempi.

          "D'Ontoriona bisogna fare un'intervista a Luceli, la casa editrice è L'Arco d'Oro, la sede è a Portofino. L'ho vinta ieri a carte, non vale un cazzo né la casa editrice e men che meno quel Luceli. Ma perché io ti pago profumatamente? Perché la tua rubrica, che ti ricordo non vale niente, promuove libri, che valgono come alla tua rubrica, ovvero niente, ma grazie alla tua rubrica si vendono, e tanto. E io mi faccio i soldi, e tu viaggi e ti fai bello e credi davvero che gli scrittori che promuovi sono bravi. E' tutto finto, tranne i soldi che mi faccio io, ah ah ah.
           Quindi, ancora una volta, tu farai finta di scoprire un immenso talento e qui e lì e cazzi, entrerà nei primi dieci delle classifiche di vendita e lo manderemo pure a vincere premi. Mandaci quel tuo lacché, Coriddi, vola, alè alè". Senza il minimo briciolo di dignità il D'Ontoriona, sempre stampellando, esce dall'ufficio dove si decide quali saranno i best seller dell'anno.

           A volte nella vita capita, certo è raro, che tu stai bello contento e poi t'arriva 'na palata e dopo che ti sei preso la palata, torni di nuovo contento. E sì perché adesso quello schifo di venduto di D'Ontoriona mi deve richiamare per dirmi che devo fare l'intervista a Luceli.

          "Mezza calzetta fallita, muovi il culo rinsecchito che devi andare a Portofino. Intervista urgente a tal Luceli, futuro vincitore di svariati premi nonché protagonista di innumerevoli puntate a venire della mia rubrica. Scattare, la casa editrice è L'Arco d'Oro, forza".

          Portofino non è Parigi, ma tu butta via. Già mi vedo sulla terrazza dello Splendido. E così quella che doveva essere una giornata meravigliosa è poi diventata 'na giornata dove pioveva forte forte tanta cacca ma adesso è tornato il sole. Ah, Portofino.

          Macché, la cacca a me mi segue e come ombrello tengo la sfiga. Già, perché quel Luceli lo pubblica L'Arco d'Oro che ha la sede a Portofino ma 'sto cesso sapete di dov'è, dove vive? A Potenza vive, maledizione, maledizione e maledizione. Da Parigi a Portofino a Potenza, un diluvio di merda, altroché.

          Quindi, eccomi qua. A Potenza, pare che 'sta Via Pretoria sia il cuore pulsante della Città. Sarà, a me pare proprio triste, assai. Sembra una città fantasma. E aspetto il Luceli e mentre sono qui che aspetto passeggiando lungo Via Pretoria sento qualcosa che mi piglia proprio alla bocca dello stomaco e pure al cervello.
          E' un odore particolare, strano, sento come fiori freschi, una specie di primavera sul mare. Sì, 'sto cazzo, ho sbroccato, il cervello mio è in default. Uno viene a Potenza e sente odore di mare, che poi mi verrebbe da dire oceano. Già, perché tu l'odore dell'oceano sai qual è, no? Lasciamo sta' che Potenza è in montagna ma tipo, allora, oceano Indiano o Pacifico, così giusto per provare con una definizione un tantino più precisa. Bello, senti a me, tu ci hai l'esperienza dell'oceano Cacchifico, e basta.

          Questa lunga e inutile digressione intorno a me stesso non m'ha però tolto dal naso st'odore così particolare di fiori freschi, frutta e legni, un'eleganza gentile, d'altri tempi.



          "Mi scusi".
         Una stanga con lunghi capelli ricci e magnetici occhi verdi mi guarda sorridendo e ripete "Mi perdoni, devo aprire. Il negozio, scusi".

          E mica mi sposto, no. Evidentemente è deciso, il premio di coglione dell'anno non me lo toglie nessuno. La signora deve entrare in negozio, presumibilmente nel suo negozio, la mia è ancora n'intelligenza viva.
          E so' come a un pilone dell'autostrada, fermo e incorruttibile, non mi sposto. E adesso Via Pretoria è come l'oceano in primavera al limitare d'un bosco fiorito e fruttato.
          Il mio cervello mi chiede "Compa' ma che cazzo ti vai fumando?".

          La signora mi guarda adesso alquanto interdetta "Si sente bene?". Epperò non sorride più, e ti credo. Ormai so' due minuti che mi parla avrà iniziato a porsi delle domande.
          "Scusi, è italiano?".
          Beh, poteva mica chiedermi scusi ma lei è proprio così cazzone?, si vede che tiene il gene del rispetto e dell'educazione e preferisce pensare che io sia straniero piuttosto che n'ebete preciso preciso.

          Il mio cervello m'ha suggerito giuste giuste tutte le cose da dire ma io mica le dico le cose che m'ha suggerito, magari se ne accorge la cazza della professoressa.

          Penso alle mimose e ai fiori d'arancio. Mimose e fiori d'arancio in riva all'oceano, e penso ai legni del bosco. Scusa maledetto imbecille pluripremiato, stai in riva all'oceano e senti i frutti del bosco? Ci sarà anche a Potenza un centro d'igiene mentale, forse è 'na roba passeggera.

          La signora ora mi tocca il braccio e poi saluta in modo molto affettuoso a uno. Uno adesso mi dice "Salve, molto piacere sono Luciano Luceli" e mi sposta sì da consentire alla signora di poter finalmente fare ingresso nel suo negozio.

          Il Luceli tiene precisa la faccia del premio Strega, 'nu predestinato. Tiene tutte le carte in regola, infatti scrive porcherie, no quelle porcherie belle, magari, cioè proprio roba che non si può leggere. Avrà successo, infatti.

          "Dottor Luceli, la sente anche lei questa brezza marina, fruttata e fiorita?". Il predestinato è, manco a dirlo, molto meno educato della signora. Infatti, guardandomi come se fossi 'na pagina del sudoku mi chiede "Non si sente bene?".

          Eccheccazzo, se nel giro di cinque minuti in due ti chiedono se ti senti bene vuol dire proprio che tu bene non stai e potresti salvarti, per iniziare avresti potuto far credere d'esser muto, meglio muto che scemo. Ma tu insisti nel tuo pallore cerebrale e dici pure "Luceli, non la sente lei, la pesca?".

          Luceli si guarda attorno, vuole chiedere aiuto, ha capito che non sei muto e tiene le prove inconfutabili che sei scemo, ci tiene proprio la confessione. Preferisce dire al magistrato che sei scemo, no pazzo. Meglio scemo, sì. No pazzo. Avrebbe paura. Eppoi, deve fare l'intervista, lui lo sa che ha scritto un libro che è il ritrovato del secolo per la stitichezza ma l'intervista la vuole fare perché sa che gli cambierà la vita. E tu invece adesso fai come i cani quando annusano l'aria, stai con la testa in alto e sniffi.

          "Lei si droga?". Il mondo esterno ha perennemente bisogno delle sue certezze. Meglio drogato che scemo.

          Inveco tengo forte la consapevolezza della mia sanità mentale. Nel mio cervello non ci sono assessorati politici né tecnici. Non c'è corruzione, semplicemente sono in una dimensione emozionale nuova e diversa. Sono in un non luogo in compagnia di due persone che però non condividono con me ciò che io ho appena postato. Non stanno su Google +. Il mio post è un mattino con i primi caldi raggi del sole, è un oceano al limitare d'un bosco ricolmo d'estratti preziosi, e parlo con i ciclamini e le mimose e le magnolie e ascolto la brezza che mi parla di legni odorosi e d'arancio e mi prendo le vellutate carezze della pesca.

           E provo un'infinita tristezza per questo mediocre scrittore che non riesce a seguirmi in questo posto. Uno scrittore la cui vita cambierà grazie a 'na partita a carte che ha visto passare di mano 'na casa editrice.

          "Va meglio?".

          Mo' vi faccio un disegno. Come cazzo ve lo devo dire che va benissimo, che sto benissimo. "Ma dico, voi non lo sentite questo profumo?".

          Mi hanno fatto entrare nel negozio della ricciolona, è una profumeria. Vogliono darmi acqua e zucchero. M'hanno fatto sedere e adesso oltre che scemo so' diventato pure invalido.

          "Di quale profumo parla, signore?".
          "Ma come, questo..." e faccio il cane cocainomane in astinenza, mentre il predestinato sbuffa e spazienteggia.

          "Dice questo?" E così dicendomi, questa signora mi piazza sotto al naso mio il polso suo.

          E allora io proprio chiudo gli occhi. E me ne vado sott'acqua. E nuoto. E risalgo. E resto bagnato dalla primavera di Potenza e soffro assai al pensiero che il mondo pensa che so' pazzo quando invece mica niente hanno capito di quello che si perdono.

          "Sì, sì signora. E' questo, un profumo straordinario".
          "E' vero, ha ragione. Si chiama Iperborea, di Lorenzo Villoresi".
          "Sia gentile me ne dia tre confezioni. Ah, scusi, lei è sposata?".
          "No, ma ho..."
          "Bene, andiamo prima a prendere un caffè".

          E me la prendo sottobraccio e sono in barca a vela, veleggio in Via Pretoria e Luceli ci guarda che mo' è lui preciso come a nu scemo.

          "Ma...e l'intervista?".
          "Ascolti, faccia 'na cosa. Si compri Iperborea e vada affangulo lei l'intervista ma, soprattutto, quel cazzo di libro di merda che ha scritto!".

          E così mi so' giocato il posto di lavoro.
       
          Ma volete mettere la soddisfazione di mandare affanculo uno che se lo merita per poi andare in barca a vela in Via Pretoria co' gli America che cantano Woman Tonight e le bolle di sapone nella capa.

          Il mio cervello convoca n'assemblea sindacale alla fine della quale viene stilato un comunicato nel quale si dichiara, ovviamente, che sono un coglione. Un coglione che si gioca il posto di lavoro per un profumo.

          Il cuore, azionista di maggioranza della vita mia, manda a cagare i sindacati e ci dice che il piano industriale questo è, gli piace e, soprattutto, è lui che manda avanti la baracca, quindi meglio un'emozione della colazione, al resto poi si pensa.