venerdì 22 febbraio 2013

Gianluigi Il Gigante

Per Gianluigi, il mio Capitano ...



          Sembrava una lotta ad armi pari. Un duello tra titani. Le agenzie di scommesse si rifiutavano di prendere le puntate. Nessuno poteva sapere se avrebbe vinto il sole o quell'immensa nuvola nera che combatteva allo spasimo con i caldi raggi della palla di fuoco che tentava d'illuminare quella gelida mattina di febbraio.

          Ed è proprio quando sembrava che la grossa nuvolaccia nera fosse sul punto di vincere un raggio di luce arancione s'intrufolava annientando ogni ostacolo incontrato sul suo percorso filtrando tra i rami dell'anziana e spoglia quercia, trafiggendo la tenda d'organza ed il suo giallo drappo fino a scaldare le nocche della mia mano che in quello stesso momento agguantava il telefono sullo scrivania.

          "Peppino è morto".  Nient'altro, solo questo mi dice Gianluigi. 

          Non saprei dire con precisione da quanto tempo non sentivo il mio capitano. Solitamente sono un tipo abbastanza preciso, non mi piace l'approssimazione ma sarò, per una volta, assolutamente approssimativo. Credo di poter dire però che siano trascorsi almeno trentanni, forse di più.

          Mi sorprendo a pensare se Gianluigi ha fatto le telefonate nello stesso ordine con il quale, sentito Peppino, procedeva a fare la convocazioni sia per gli allenamenti che per le partite. 

          Il vento capovolge definitivamente le sorti dell'epico duello decidendo di portare una moltitudine di rinforzi in soccorso della nera nuvolaccia ed ora è improvvisamente buio e il sole viene sconfitto.

          Il sole ha perso e Peppino è morto. E io ho ascoltato la voce di Gianluigi dopo trentanni.

        Undici ragazzi tra i sedici e i ventanni, in uno sgabuzzino di otto metri quadrati che i più chiamavano spogliatoio, in un unico abbraccio, a turno scaraventati in aria da un gigante dagli occhi buoni e malinconici, celesti e bianchi come la maglia dell'Argentina, arrossati dal fumo dell'immancabile sigaretta che Gianluigi s'accendeva alla fine di ogni partita prima di fare la doccia. L'apartheid era di là da venire.

          Non avevamo niente. Niente tute, niente scarpini, la divisa ufficiale, un'improbabile panno lencio d'un colore indefinito abbastanza vicino al verde, ce la procurò Giancarlo e nessuno gli chiese come. Giancarlo giocava terzino interpretando assai all'antica quel ruolo. Fluidificante per lui era lo sciroppo, non un calciatore che alla sua prima partita fece ritardare l'inizio dell'incontro di venti minuti tutti passati a discutere con l'arbitro il quale pretenziosamente asseriva che i camperos erano stivali e non scarpini regolamentari e Giancarlo non poteva giocare a calcio con i camperos. Fu Gianluigi a convincerlo, per i camperos. Il nostro capitano nulla potè sul concetto di fluidificare.
          "Devi spingere sulla fascia, Gianca'! Quando attacchiamo, devi salire".
          "Ma manco pu' cazz compa', mi stanco a fa' avanti e indietro e pure mi rompo un po' i coglioni per cui, se vuoi, sto' qua fermo altrimenti me ne vado che così mi rimetto pure i camperos". Questo ci disse Giancarlo al nostro capitano. Il calcio statico in undici era sempre meglio di un giuoco dinamico ma in inferiorità numerica.

          Peppino era il nostro allenatore e all'epoca teneva cinquantottanni. Ci faceva allenare, una volta a settimana, nel parco della città. Sia parco che città sono la rappresentazione ideale e fantasiosa dei luoghi in questione e vivaddio che ci sta la teoria della relatività. La nostra cittadina di ventimila anime è afflitta dalla sindrome del maltempo essendo arroccata sopra a una montagna precisa nel mezzo del buco del culo dell'Europa, fa sempre freddo e se non piove nevica. E quando giochi a pallone sotto l'acqua co' delle maglie che sono a tipo cappottini di loden ti sembra di tenere a un corpo morto da sopra al corpo tuo, tipo che le maglie arrivavano a pesare circa tre chili. Erano bacinelle piene, no magliette.

          Ma almeno giocavamo, almeno così credevamo. E Peppino sotto al diluvio ci urlava appresso gli schemi. Chi più chi meno, Giancarlo e Leo molto più, tutti hanno saltato qualche allenamento. Peppino era sempre presente. Il fisico molto simile ad un palo della luce denutrito, il volto scavato da rughe profonde come a delle trincee un naso aquilino sempre sgocciolante. Però assomigliava a Paul Newman, assai.

          "Luigi, passa! Passa a Gianluigi! Luigi ... ti sostituisco!"

          Ma io me ne stavo tranquillo lunga la linea di gesso che delimitava l'out sinistro perché sapevo che tanto non poteva sostituirmi, e co' chi cazzo mi doveva sostituire che una volta stavamo per mettere in porta a Mirella, la fidanzata di Gianluigi perché Mario, pur essendo venuto al campo, non poteva giocare poiché s'era affettato la mano sua destra invece che il filetto per la signora Gerolami. Peppino lo convinse che ormai diciannove punti già ce li avevano messi per cui in porta ci poteva tranquillamente stare.

           Mario giocava in porta, Giancarlo e Rocky erano i terzini. Il mediano era Roberto e stopper giocava Giuseppe. Il libero era Gianfranco. Gianfranco era la nostra aquila, l'ultimo baluardo a difesa del castello, il nostro ponte levatoio. Spesso il pallone di cuoio, bellissimo nella sua livrea ad esagoni bianchi e neri, rotolava verso di lui inseguito dall'attaccante avversario. Gli occhi di Gianfranco andavano sul pallone e andavano sull'avversario. E poi gli occhi di Gianfranco dicevano al cervello di Gianfranco dove le gambe di Gianfranco dovevano andare, se sopra al pallone o sopra all'avversario. Dettagli ininfluenti, il ponte levatoio s'alzava e il nemico non faceva razzie dentro al castello nostro.

          "Senza fallo Gianfra', mi raccomando!" Sbraitava Peppino sapendo che spesso le raccomandazioni so' fasulle.

          All'ala destra ci stava Antonello anche se non si vedeva da dentro alla divisa mentre col numero otto ci giocava Giacomino. Il centrattacco era Gianluigi un gigante grosso e grasso che faceva fatica a scendere dall'auto, una 131 familiare originariamente bianca dove nel bagagliaio tenevano la residenza una damigiana del miglior olio d'oliva di tutti i migliori oli d'oliva del pianeta in compagnia di spezie varie e salumi d'eccellenza, ma in campo si trasformava nell'essere vivente più veloce di sempre. Un piccione, Gianluigi il capitano dagli occhi celesti e buoni, il nostro gigante era un piccione. Stazionava fermo immobile in attesa che le auto in corsa guidate dagli avversari lo travolgessero e quando convinti d'averlo travolto s'aspettavano solo d'udirne il rumore delle ossa frantumate, ecco il nostro capitano volteggiava apparendo come per magia negli specchietti retrovisori delle auto assassine e con precisione chirurgica appoggiava di testa all'incrocio il pallone co' lo stesso stile preciso preciso di Graziani e Bettega e Pruzzo e Savoldi. E poi il tocco, morbido, preciso, elegante. Raffinato. Tu vedevi a un gigante e vedevi pure nu cazzo di Nureyev. E pure quando il campo era come un lago di sabbie mobili che non ti faceva manco alzare gli scarpini, ti tratteneva come n'amante che non accettava d'essere lasciato, Gianluigi sentiva a Tchaikovsky e ballava nelle paludi.

          "Luigi tu basta che crossi, pure più in alto del necessario, ma tu crossa che poi ci penso io". Questo mi diceva ed era vero. Ci pensava lui. Perché Gianluigi non è tipo che mente.

           Col numero dieci c'era Leo, il più talentuoso tra noi e pure il più uomo di merda, il più vigliacco. E poi c'ero io, con l'undici da sopra alla schiena.

          Un anno meraviglioso. E noi giocavamo a pallone e vincevamo in campo perché la vita ci stroppiava di palate fuori dal campo a cominciare da Peppino che quando non veniva in panchina sotto la pioggia a urlare appresso a noi s'accudiva la moglie dentro a un letto a casa a toglierci la cacca dalle lenzuola, e Antonello che stava sempre all'ospedale dove il padre era intubato, e Giuseppe che faceva sempre a pugni per difendersi alla sua sorella più piccola co' la sindrome di down, e Mario che mentre noi facevamo filone si scaricava dal furgoncino alle carcasse dei maiali per la macelleria che lui e la madre s'erano ereditati dal padre prematuramente ucciso da un calcio in testa d'un cavallo ingrato, e Roberto che viveva da solo in compagnia della nonna sua cieca, e Giacomino che già sapeva di nutrirsi dentro un brutto male, e Leo che se ne fotteva di tutto e di tutti.

          Leo era bravo però. Il pallone lo telecomandava. Lo metteva preciso dove voleva. E si sfotteva a tutti gli avversari, a volte ce li prendeva pure a sputi e poi scappava a nascondersi dietro a Gianluigi.

         "Leo, devi essere più corretto". Peppino ce lo ripeteva in continuazione, e Leo se ne fotteva in continuazione delle ripetizioni di Peppino.

          E vincevamo sempre, o quasi. E così faceva l'Assobelli, la nostra rivale che ci affiancava in testa alla classifica e con la quale pareggiamo la partita d'andata con un un rarissimo zero a zero.

          E vincemmo anche tutte le partite del girone di ritorno, e cazzo che però pure così fece l'Assobelli. Per cui, a tipo film, l'ultima partita di campionato stiamo a pari punti co' l'Assobelli e ci giochiamo proprio co' loro la vittoria finale.

          Tanto per cambiare piove a tipo che giochiamo dentro un fiume di fango sotto a una cascata.

          Alla fine del primo tempo Leo riesce in un'impresa davvero notevole. Sputa in faccia a n'avversario e prima di ricevere il pallone da me colpisce di puntazza il ginocchio del suo marcatore e poi si tuffa a capriola dentro all'area avversaria. Rigore. L'Assobelli manco ci protesta co' l'arbitro, no. Solo tutti gli undici giocatori si trasformano in Willie Coyote e rincorrono da dentro a tutto il campo a quella merda di Leo che scappa e grida aiuto.

          "Di' all'arbitro che non era rigore!" Peppino s'implora a Leo, Leo si spernacchia a Peppino. Dagli spalti una famiglia numerosa di fratelli del puntazzato al ginocchio s'avvicina minacciosa al limitare del campo, tutta la famiglia è ombrellomunita.

          L'arbitro riporta l'ordine in campo.

         "Rigore netto, netto. Quant'a 'na casa". Leo la merda.

         Gianluigi guarda l'arbitro, Gianluigi guarda Peppino, Gianluigi guarda Leo. Gianluigi tiene il record dei rigori segnati consecutivamente, quindici. E' un record eguagliato, otto anni prima tal Rolitobba ne aveva segnati pure lui quindici di fila.  Gianluigi si piglia il pallone e se lo poggia da sopra al dischetto. E co' questo saranno sedici, sedici di fila e Gianluigi stabilirà il nuovo record.

            L'arbitro fischia, Gianluigi sposta le mani che fino a un attimo prima teneva poggiate sui fianchi e con la solita corsetta di cinque passi va sul pallone e ... calcia che manco volesse trasforma' 'na cazza di meta.

           "Gianlui' che Cristo della Madonna hai combinato!" Ci dico.
           "Gioca, nun romp'u cazz!" Discuteteci voi col capitano, se volete. Io gioco.

          L'arbitro fischia la fine del primo tempo e manda tutti negli spogliatoi.

          La famiglia ombrellomunita manco fossero i campioni olimpionici di nuoto sincronizzato si tuffano da sopra a Leo ma Gianluigi ne solleva contemporaneamente tre, co' tutti gli ombrelli, e adesso 'sti tre agitano assai le gambe perché stanno sollevati da terra e sbattuti di spalle alla casetta degli spogliatoi. Non c'è bisogno d'aggiungere altro. Ha smesso pure di piovere ed è tornata la calma.

         "Come cazzo t'è venuto di tirare il rigore in quel modo?" Il ponte levatoio, Gianfranco.
         "Non era rigore!" Il capitano sollevatore di famiglia ombrellomunita.
         "Era rigore quant'a 'na casa!" La merda.
         "E perché, quando ci hanno dato il rigore ai Silenziosi e che era rigore quello?" Mario.
         "Abbiamo vinto nove a uno co' i Silenziosi e quel rigore se lo parava pure Canio 'u portiere del palazzo mio". Ancora il capitano.
         "Basta mo', bevetevi il té e torniamo in campo siamo zero a zero possiamo vincere. Leo, il rigore non c'era!" Peppino il mister.
          "C'era. Quant'a 'na casa! E il prossimo rigore lo tiro io!" La merda.
          "Ma vafangul, va' va'". Il coro di voci bianche di tutta la squadra si zittisce a Leo, la merda.

          E' il funerale più triste di tutta la storia dei funerali tristi. Compresa la squadra delle pompe funebri, esageratamente numerosa, siamo in diciotto al funerale, prete incluso. Tutti oltremodo appesantiti, tutti senza capelli, solo Gianluigi è lo stesso di sempre, lo sguardo buono e malinconico. Ha smesso di fumare, il capitano. Ma ha comunque gli occhi rossi. Sono alla sua sinistra, come stavamo sul campo. Io correvo come 'nu Forrest Gump posseduto Giacomino mi lanciava la palla, io la spingevo oltre e l'inseguivo, la raggiungevo un attimo prima che uscisse dal campo a la scagliavo a occhi chiusi in mezzo all'area avversaria perché tanto sapevo che Gianluigi c'era. Gianluigi c'è sempre stato. E infatti quello s'arrampicava sopra all'aria vuota saliva, e saliva ancora e sbatteva forte la fronte addosso al pallone che immancabilmente andava a gonfiare la rete. E io correvo a braccia aperte incontro al mio capitano che mi sollevava ridendo co' la malinconia dentro agli occhi e diceva che era merito mio e poi si buttavano sopra a noi il ponte levatoio e tutti gli altri.

            E Peppino non c'è più.

            La partita è quasi finita, mancano pochi minuti. Gianfranco sbroglia 'na situazione antipatica assai ed esce dall'area palla al piede, è un condottiero scozzese che si ribella e reclama le sue proprie terre, e corre, e avanza e supera la metà campo palla al piede e s'avanza ancora e resiste alle cariche e riesce a lanciarmi sulla fascia e io stoppo a seguire il pallone con l'interno e affronto il mio nemico e invece della solita finta a rientrare me lo bevo al contrario, finto d'andarmene sull'esterno e rientro all'interno, quello cade da cavallo e sbatte nuca a terra mentre io mi lancio nelle palate, sono in area adesso, vedo il bottino e so che Gianluigi è pronto, m'aspetta, perché Gianluigi c'è, c'è sempre stato e allora io non ho paura e vado senz'armatura ad affrontare la lancia del nemico e prima che il nemico mi finisca riesco a mettere il pallone in mezzo e Gianluigi adesso è Bettega è Panatta a Wimbledon, Gianluigi si tuffa com'a Dibiasi e impatta il pallone e il portiere riesce a toccarlo e poi Leo ci si fionda sopra e la palla va in rete, rete!

           Peppino fa il mister da sempre, so' trentanni che fa il mister, Peppino.

           In trentanni Peppino non ha mai vinto nu cazz', mai!

           Siamo tanti Marines che tengono in piedi la bandiera degli Stati Uniti, Gianluigi è la nostra bandiera, il nostro capitano.

           E facciamo festa, e brindiamo, e saltiamo. Abbiamo vinto il campionato. Abbiamo vinto.

           Gianluigi sta fumando.

           Gianfranco si disinfetta un ginocchio, Mario si guarda la mano con i punti, Peppino guarda in alto, Antonello sembra perfino grasso, Giancarlo soppesa gli scarpini e il camperos, Giuseppe Giacomino e Rocky fanno a gara a chi lo tiene più grosso, io guardo Gianluigi e ci sorrido.

          "Sentitemi bene a me, tutti quanti". La merda reclama l'attenzione di tutti e l'ottiene.
          "Ehehehe, sentitemi bene. Il gol che ci ha fatto vincere il campionato, il gol della vita, il gol più importante, l'ho fatto io. Ho segnato io. Io ho spinto la palla in rete. Senza di me questo cazzo di campionato non l'avreste vinto. Ho messo io dentro il pallone. E la volete sape' 'na cosa?" Non ricordo più l'espressione degli altri, ricordo che guardai il mister e il capitano, ma non ricordo l'espressione degli altri miei compagni di squadra. Era l'ennesima sparata della merda e stavamo ascoltando. E poi Leo concluse:
          "Ve la dico 'na cosa perché nessuno se n'è accorto. Ho segnato io e il pallone l'ho spinto in porta con questa cazzo di mano, ecco com'ho segnato, di mano. Ho fatto il gol della vittoria co' la mano, ah ah ah!" Il mister scivolò di culo a terra appoggiato di schiena al muro Gianluigi il capitano non disse una parola, nessuno parlò più.

             Da allora ognuno ha preso una cazza di strada, non ci siamo mai più visti fino ad oggi al funerale.

           "Ma Leo l'hai chiamato?" Chiedo al mio capitano.
           "Sì, purtroppo l'ho fatto. Ha detto che teneva n'impegno". Questo mi rispondono gli occhi buoni del gigante, il mio capitano che è sempre alla mia destra. Gianluigi ci sarà sempre.

            Me ne sono venuto da solo al campo dopo il funerale. Sono impalato di fronte alla casetta degli spogliatoi. Come una specie di silhouette c'è l'impronta di tre teste sopra al muro.