sabato 20 ottobre 2012

Reciprocità, Un Uomo Esemplare E Il Dolore



                       L'unica cosa vera è il dolore, sostiene qualcuno.                        

         Puzzo, io puzzo. Mi sono sempre impegnato a sembrare uno a posto, che deve essere stimato e rispettato, e invidiato. Un uomo serio, soprattutto. Mi sono così tanto impegnato, calato nella parte, che si sente la schifa della puzza per il tanto impegno. Che io devo sembrare un uomo esemplare.

          Sono gravido di perbenismo e falsità. Ho dovuto portare avanti una gravidanza difficile dentro al cervello e facevo ecografie a più non posso per controllare che tutto procedesse per il meglio. Mica facile crescersi il male dentro al corpo proprio.

          I primi tempi mi pigliavano certi attacchi precisi di nausea come quando il nascituro tiene un sacco di capelli in capa, che si sa, se il nuovo arrivato tiene i capelli la puerpera vomita di brutto. Questa è scienza, e io tenevo a Bob Marley co' le treccioline dentro alla testa mia.

            Ed è così che poco alla volta e con maniacale precisione ho abituato alla coscienza mia a non cedere alla tentazione di vomitare fuori tutto il male che mi crescevo dentro.

           Ho fatto le cose per bene, mi sono circondato innanzitutto delle persone giuste, quelle ricche, assai. E andavo sempre più selezionando, e più selezionavo, più si faceva sofisticato il metodo di scelta circa gli accompagnatori miei. Ho infatti capito che oltre ai figli dei ricchi mi dovevo fare amico ai figli dei potenti, e più tenevo amici ricchi e potenti più le nausee si andavano via via attenuando.

            Ho iniziato ad aver un certo tipo di reciprocità con il male sotto a tutte le sfumature sue. Fino a convincermi che tutto mi era consentito e tutto era vero e giusto. Tutto quello che facevo era finalizzato allo scopo mio tant'è che, avendo deciso che mi dovevo sposare a miss college, ero convinto d'essere proprio innamorato di Irma.
Dovevo sposare a Irma non solo perché quella  era uno schianto e ci moriva appresso tutto il liceo e svariati altri istituti ma anche perché Irma-miss-college era figlia di suo padre, l'avvocato D'Antonio. Il penalista più famoso di tutto il meridione, e anche il più ricco, e non solo dei penalisti tanto per la reciprocità di cui sopra.

          Le nausee della coscienza hanno preso a scemare, pur essendo io intelligente assai, quando, fidanzatomi con la bell'Irma, venni folgorato dalla passione per la giurisprudenza e, mano a mano che superavo gli esami universitari come a Stennmark si superava i paletti degli slalom, quelle, le nausee, se n'andavano a fanculo.
Meno ero preparato più alto era il voto che m'appioppavano, sempre pregandomi di salutare ossequiosamente al suocero mio poiché la reciprocità col male è puntuale e dotata di una certa educazione. E più mi salutavano e più alti erano i voti e meno avvertivo alle nausee.

            Ovviamente mi sono laureato con tutte le lodi finanche quelle ultraterrene per le quali vi fu la personale intercessione del Cardinale Ripotto che presenziò al pranzo della festa di laurea dal quale se ne andò con diversi chili in più da sopra al proprio corpo anche se non li sentiva poiché felice si stringeva 'na bella busta di preziosa carta avorio filigranata contenente altra carta filigranata ancora più preziosa, assai. Di cui mi fece restituzione con un certo tasso d'interesse quando venne da me per difendersi da certe accuse infamanti, il Cardinale.

         La reciprocità esigeva ovviamente che lo spread tra la mia preparazione e quella invece richiesta per l'esercizio dell'avvocatura fosse 'na roba da far impallidire tutte le agenzie di rating del pianeta.

           Ma, forte del fatto che le nausee erano praticamente cessate poiché nel cesso pure vomitai ai tre amici miei più cari Ciro, Ippolito e Pasquale ancora alle prese co' l'esame di diritto privato dacché, ingenui, erano innamorati e fidanzati co' le figlie di nessuno, io ero convinto invece d'essere un grande avvocato. E cominciavo pure a fare le cause, e a vincerle, cazzo.

           E da avvocato sempre vittorioso in tribunale ecco mi sposai a Irma mia convinto d'esserne innamorato. Un matrimonio da cinema, a Capri, spendendo una cifra da kolossal o da vergogna a seconda dei punti di vista sebbene non me ne vergognai affatto anche perché fu tutto a spese dell'avvocato.

          E così imparai a fare surf, surfavo cavalcando onde via via più grandi nell'oceano del malaffare ma sempre mantenendo quell'aura di rispettabilità e cominciavo anche a farmi delle scopate inimmaginabili poiché tenevo il fascino del nome, dell'eleganza, di una bellissima moglie, che non guasta mai tenere alto il livello dell'invidia che genera confronto e, soprattutto, dei soldi.

           Il dolore mi era sconosciuto.

           Siccome intelligente, assai, compresi che per essere un avvocato penalista di successo, in Italia, non dovevi conoscere i codici ma la matematica. Infatti, ho vinto duecentodiciannove cause facendo le chicane coi rinvii e le prescrizioni.

          Il mio humus, in virtù della reciprocità col male, è la puzza. Puzza di merda. Merda nauseabonda di tutti i delinquenti che ho provveduto, con le mie abilità di calcolo, a far rimanere in circolazione per proseguire a delinquere.

          E io mi difendo ai criminali, alla feccia. Mi muovo nella cacca e stringo mani che hanno impugnato armi, e venduto droga, e siglato truffe, e autorizzato soprusi, e rovinato famiglie, e rubato, e stuprato, e imbrogliato, e ucciso, e non hanno mai conosciuto giusta punizione grazie alla mia abilità con rinvii e prescrizioni. E mi piglio le parcelle, in contanti. Sempre.

          E, fiero, non ho mai conosciuto né sconfitte né dolore. Anzi.

          Ho invece conosciuto la felicità, perché ho avuto una figlia bellissima. Bellissima già appena nata che forse sta male dirlo ma i neonati so' tutti brutti invece Carola mia era uno spettacolo, da guardare a bocca aperta che t'apriva il cuore guardare quella boccuccia a forma di cuore.

         E in quei giorni ho dimenticato tutto il mondo e nel mondo c'era da fare un rinvio che non ho fatto per cui alla mia felicità per Carola, per la reciprocità, i giudici hanno risposto predisponendo un soggiorno di diciotto anni nelle patrie galere per Gino Battoni un pluripregiudicato che meritava certamente una pena ben più severa.
La prima sconfitta, e che sarà mai, fondamentalmente anzi ma chi cazzo se ne fotte, inoltre la parcella, ovviamente, me l'aveva già pagata per cui vattene in galera e non scassare il cazzo, rimembrando il primo suggerimento dell'ormai defunto suocero mio "Avere a che fare con i delinquenti tiene i suoi vantaggi, primo fra tutti quello che stanno pieni di soldi per cui tu la parcella te l'incassi sempre e in contanti. Inoltre, loro lo sanno che so' colpevoli, quindi puoi solo salvarli e diversamente affanculo e basta".

          E ancora oggi, dopo diciottanni precisi, quella della condanna di Battoni è stata l'unica sconfitta della mia carriera ma è concisa con la nascita di Carola di cui oggi è il compleanno, per cui ma tanta cazz!

          Insomma l'imperialismo architettonico del mio cervello deve dominare i cazzi degli esseri inferiori, criminali e ignoranti. E sta piovendo a dirotto, e la pioggia sciacqua le memorie dal marciapiede della vita o almeno così diceva Woody Allen.

          E stiamo qua, alla festa dei diciottanni di Carola. E' vero che è 'na festa di ragazzi ma mica potevo manca' di chiamarmi a tutta la crema mia, per cui è un trionfo del malaffare, la fiera degli sporcaccioni, dei corrotti, dei politicanti, dei truffatori, dei questuanti e io ne sono l'anfitrione. Puzziamo tutti da fare schifo e nessuno si schifa della puzza semplicemente perché è il nostro habitat, ecchécazzo.

"Papà, devi venirmi a prendere dal parrucchiere che piove assai e non mi voglio rovinare l'acconciatura" eccerto tesoro mio, unico appiglio al bene che tengo, mo' vengo gli invitati sono già tutti qui, così rispondo a Carola mia e, dopo aver spiegato ai puzzoni che vado a prendere la mia bambina dal parrucchiere, piglio l'ombrello e le chiavi della macchina e vado.

          Il dolore è l'unica cosa vera.

         Appena esco dal portone, nel mentre faccio per aprire l'ombrello che 'sti cazzi di cosi mai che s'aprono quando ce lo ordini, mi piglia un fortissimo dolore alla capa e poi è tutto buio e luce.

         Mi svegliano delle grida strazianti, come quando ammazzano un maiale, è 'na roba insopportabile, un rivolo di sangue mi scorre dalla tempia fino in bocca sì da sentirne il sapore ma non provo dolore perché quelle urla non mi consentono di sentire null'altro che sé stesse si sono personificate e adesso tengono le sembianze di Carola che è stuprata da Gino Battoni e io mi getto verso di lui ma degli spari mi fanno cadere sulle mie ginocchia poiché è sulle mie cosce che i proiettili appena sparati hanno terminato la loro corsa mentre le urla di Carola si lanciano verso l'infinito pronte a stordire chiunque provi a fermarle tranne me che le percepisco ben distintamente e così come ben distintamente vedo Battoni dimenarsi dentro la mia bambina e ancora e ancora e adesso ha un coltello in mano e io come per magia vengo sollevato dai capelli e il mio viso è ora appiccicato al viso tumefatto dell'angelo mio grande e Battoni coi calzoni calati adesso infila con inaudita facilità un enorme coltello nel collo di Carola dal quale come da un vulcano in piena eruzione fuoriesce un fiume di sangue che finalmente m'acceca ma non mi rende sordo poiché sento chiaramente Battoni dire "Avvoca' tanti auguri di buon compleanno per 'sti diciottanni d mmerda, vafangul a chi te mmuort' fetent".

          E Battoni non fa ciò che speravo facesse, Battoni non m'ammazza.

         Il dolore è l'unica cosa vera, sentite a me quel qualcuno tiene ragione.