mercoledì 31 ottobre 2012

Mamma

     


                    Mi chiamo Ettore e sono un figlio di puttana, già nel nome mio tenevo come una specie di predestinazione, ecco.

          Sono tutto sommato un bravocristo è che mamma mia è proprio una puttana. Non ha mai fatto la puttana, no. E' proprio una puttana, e ci ha sputtanato a tutta l'infanzia nostra e non solo.

          Faccio 'ste profonde riflessioni mentre mi guardo il cellulare che lampeggia e vibra e mi viene incontro come fosse un epilettico in attesa d'essere abbracciato da qualcuno ma invece che la bava alla bocca quello tiene scritto da sopra al display MAMMA perciò m'agguanto all'epilettico co' tutta la rabbia in corpo e rispondo e sudo prima ancora di sentire la puttana che mi dice:
     "Tesoro, come stai?" Stavo giustappunto pensando a come hai provato a fottermi più volte la vita mia cara mammina...
    "Ciao mamma, non chiamarmi tesoro e vieni al dunque, sai, sono piuttosto impegnato, la gente solitamente lavora..."
    "Ecco, villano come sempre..." Pausa lunghissima, carica di tutto il finto amore del mondo, con ripetute e ravvicinate tirate di naso, dolci risucchi commossi li definirebbe chi non la conoscesse, ovvero tutto il mondo, questo e pure gli altri mondi sconosciuti se ce ne stanno, tranne me Giuliana e Al, i miei due fratellastri, per non parlare di Tano, Luca Alberto Maria e Alastair, i nostri padri, due dei quali impossibilitati a testimoniare poiché da tempo cavalcano le verdi praterie.
     "...cerchi sempre di ferirmi, Dio mio, sempre. Non ci sentiamo da quanto? Tre settimane forse, e mi dici che hai da fare..." Adesso ho proprio sentito tipo un singhiozzo, come un bimbo che sta per esplodere in un pianto che è un misto di rabbia e commozione e impotenza, ma la puttana è potente, assai...
     "...insomma, sto venendo da te..." Cristo e la di lui madre e molte altre divinità dei cieli o degli alberi o di ogni luogo, Manitù, dove stai ciuccio che voli, non è possibile, no, no, no. Non voglio che vieni, non sei gradita, non ti sopporto, ho troppo da fare, non ho tempo per riesumare i fantasmi, quindi interrompo la puttana, almeno ci provo...
     "Ascolta, mamma, sono trop..." I singhiozzi ora lasciano spazio al gelido vento dell'artico, il ghiaccio puro, quello blu, quello che brucia arriva all'improvviso e mi butta dentro all'orecchio i ricordi surgelati...
     "Taci!...Credi d'esser poi tanto migliore di me?... Io ti ho protetto, tu hai ucciso il tuo patrigno, non io! E io l'amavo! Non costringermi a dire cose che ben sai e che proprio non vorrei, oh, ma dico, perché, eh? Perché con te va sempre a finire così? Perché? Comunque, domani sono da te, arrivo col volo delle 11, sarebbe carino trovarti ad aspettarmi invece di costringermi a prendere il solito taxi, ci vediamo domani, ciao tesoro".

         Cazzo.

         Getto il telefono contro il muro ed esplode in mille pezzi ognuno è un lapillo di fuoco che alto nel cielo scongela i ricordi ghiacciati che ora non sono più blu ma d'un bianco accecante e si sciolgono e le lacrime sgorgano incontrollate e tremo, a cinquantanni, come un bambino, come il bambino che ho smesso d'essere all'improvviso quando Luca Alberto Maria, quella grande merda, stava sopra a Giuliana, mia sorella di quattro anni, che piangeva, sussultava, mi guardava, i suoi enormi occhi nocciola, più belli e innocenti di quelli di Bambi, erano fissi sui miei e cercavano il mio aiuto, lo esigevano, quegli occhi volevano che li salvassi, volevano essere chiusi, chiedevano di essere portati altrove, e io rimasi immobile, avrebbero potuto chiedermi di pagare l'imu per quanto ero immobile, incantato a guardare il conte Luca Alberto Maria, che s'approffitava del corpo della mia sorellastra, e non feci niente, rimasi a guardare fino a quando il conte non ebbe finito, e si voltò e mi guardò e mi dette un pugno, un pugno violentissimo, in pieno volto, e piansi sangue, e il conte andò via dalla stanza come avesse appena sorseggiato quel suo cazzo di tè del pomeriggio, e l'umiliazione più grande il tenero abbraccio di Giuliana che si diceva dispiaciuta, che piangeva non per sé ma per me, e poi lo dissi alla puttana, glielo dissi da solo, alla puttana, e la puttana mi dette una sberla, e chiamò Giuliana, e chiese a Giuliana conferma di ciò che le avevo appena raccontato, e Giuliana negò, e la puttana mi colpì di nuovo e mi portò nello studio del conte merda che si beve il tè e disse quel che avevo inventato, e sottolineò, la puttana, quell'inventato con tutti gli evidenziatori viola della terra, e disse che dovevo essere punito, e la merda che beve tè si lanciò in un sorriso da pubblicità delle protesi dentali e pregò la puttana di uscire da quel sacrario di boiserie e tappeti e mogano e porcellane e preziose tele illuminate, e la puttana uscì dallo studio, e il conte non disse nulla, schioccò la lingua e io precipitai all'inferno, e finito che ebbe, mi sussurrò all'orecchio racconta questo a mammina e sentivo il sangue colarmi lungo le gambe mentre malfermo uscivo dallo studio del conte che gusta il tè e si stupra ai bambini. 
          Ma non piansi allora come sto invece facendo adesso.

          Cazzo, alla puttana non dissi nulla. A Giuliana non dissi nulla. A mio padre non dissi nulla. Però lo dissi a me, eccome se me lo dissi. Me lo raccontavo in continuazione, cazzo e sempre senza mai piangere, cazzo. Io non ho mai più pianto, e chi avrebbe potuto più ferirmi? Nessuno, mai più lacrime, fino ad ora.

          Ovviamente vado all'aeroporto a prendere alla puttana, e altrettanto ovviamente è 'na magnifica giornata di sole, il cielo è blu come fossimo in montagna d'estate e gli alberi sono stati piazzati qua da Cezanne in persona, forse s'è fatto aiuta' da Monet. E' tutto bellissimo, è l'autunno, anche se fa un freddo della Madonna.

          Cazzo, la riconosceva pure Andrea Bocelli a questa. Vengo abbracciato da un profumo spettacolare che fa da involucro a un completo di cashmere blu come al cielo di oggi e la puttana tiene pure il cappello da sopra alla testa.

     "Da quanto tempo non senti i tuoi fratelli?" Cazzo sei venuta a fare, cazzo vuoi, cazzo di domande fai, come cazzo non riesci a cazzo capire che scappiamo vicendevolmente dalle nostre cazze d'infanzie che se non ci vediamo e sentiamo stiamo meglio, cazzo.

     "Mamma, va bene così, stiamo bene, non abbiamo nessun bisogno di sentirci"
    "Stupidaggini, solo tu la pensi così. I tuoi fratelli mi chiamano con regolarità e si lamentano con me che non li cerchi mai"
    "Ovviamente ad ognuno di noi tu dici la stessa medesima cosa, giusto mammina?"
Una leggera increspatura all'angolo della sua bocca, quasi impercettibile, mi fa capire di aver visto giusto.
     "Ho deciso di lasciare Alastair, è prossimo alla bancarotta, sta fallendo, non lo sa nessuno ma io sì..."
     "Mai avuto dubbi in proposito" Si volta verso di me, la puttana, ed è ancora bellissima a sessantasei anni, si toglie l'immenso cappello, e ne sono felice poiché avrebbero potuto arrestarmi per guida pericolosa, si stira la gonna con una sola mano e il dispenser automatico di ghiaccio inizia a vomitare i suoi cubetti.
     "Pensi di comprendermi solo perché siamo simili, tesoro" La cazza di frase fatidica. Che su di me ha un potere come alla kriptonite sopra a Superman, la mia vista s'annebbia, sento il cuore che mi pulsa dentro alle tempie, il computer del mio cervello esegue un backup e mi sbatte sopra allo schermo tutti i file più importanti ma non mi chiede, purtroppo, di modificarli anzi, mi apre in automatico il file della puttana inginocchiata in cucina, il viso striato dalle lacrime, quante ne abbiamo versate in questa cazza di famiglia, io che m'avvicino a lei, e la puttana improvvisamente smette di piangere si asciuga il volto nella lisa vestaglia a fiori e mi colpisce con forza in testa e mi dice che lascerà mio padre e che lo ha sposato solo perché era rimasta in cinta a quindici anni e che era colpa mia se aveva sposato a quel cazzo di fallito e che se poteva tornare indietro mi gettava in un cazzo di cassonetto e che io ero la rovina della cazza della vita sua e che per colpa mia lei aveva rinunciato a vivere. E mi disse che eravamo simili e che mi voleva bene e che lasciava a mio padre per il bene mio e lo faceva per darmi quello che lei non aveva avuto e io non ci ho capito un cazzo, solo che le sberle sopra alla testa fanno male.

     "Che c'è, tesoro?".
 Maledizione e cazzo. Non chiamarmi tesoro. Mi chiamasti tesoro anche quando il cazzo del conte del tè, dopo che m'aveva stroppiato il mio buco del culo, mi rovesciò in testa il piatto del brodo che proprio non tenevo voglia di mangiare quella sera, e tu invece tesoro mangia pensa a quanti bimbi meno fortunati di te ci sono al mondo Luca Alberto Maria ha fatto bene, ti serva da lezione eccerto che penso a quanti bambini tengono alla fortuna di non farsi sfondare il buco del culo dal patrigno che ci piace il tè e si violenta a mia sorella e mi versa il brodo caldo in capa, ma che gran culo che tengo io, cazzo!

     "Che c'è tesoro, allora?".
     "Niente mamma, tutto bene. Quando riparti?
     "Non lo so, sai sono distrutta. E' doloroso constatare che c'è l'ennesima separazione da affrontare"
    "L'ultima separazione, se così vogliamo chiamarla, qualche beneficio sotto forma di cinquanta milioni di euro pure te l'ha dato, mi pare".
    "Non parlarmi in questo modo, e poi lo sai che l'ho fatto per voi, ognuno di voi ha tre milioni di euro".
    "Sorvoliamo sul dettaglio che per prelevarli teniamo bisogno della firma tua...".
    "Ti prego, esprimiti correttamente, mi sembra d'ascoltare tuo padre!".
    "...e stai certa che io di quei soldi non toccherò mai un centesimo".
    "Tesoro, non farmi questo. Lo sai, sei stato tu..."

          Cazzo, tesoro non farmi questo ed ecco illuminarsi l'altro file.
Sono fotografie. Senza didascalie, senza commenti. Solo foto. La foto della puttana mentre chiede al conte che sorseggia il suo tè in mezzo alle tele preziose di farle aprire un ristorante, il conte che le ride in faccia sputandole addosso il tè del pomeriggio, la puttana indignata che solleva la preziosa teiera di Limoges, il conte che alza la testa che viene colpita dalla teiera, la puttana che porta la mano alla bocca, il conte riverso sulla preziosa poltrona di cuoio cremisi, un rivolo di sangue che delicatamente si posa sul parquet, la puttana che corre a chiamarmi, io mentre dico urlando alla puttana che bisogna chiamare l'ambulanza che quello è ancora vivo, la puttana che tanto per cambiare mi dimostra quanto mi vuole bene colpendomi con un enorme vocabolario sopra alla capa,  la puttana che mi costringe a portare il suo secondo e nobile marito giù nella tavernetta, la puttana che mi dice che devo finirlo con l'accetta d'epoca, quella medievale, la foto di me che dico alla puttana che è pazza, la puttana che m'abbraccia e che mi dice che sono l'uomo della vita sua, io che mi divincolo dalla puttana, la puttana che minaccia d'ammazzarsi con la balestra, medievale originale pure quella, io che sbalestro la balestra dalle mani della puttana maldestra, io che tremo e piango mentre a sedicianni spacco in due alla capa di un conte che ci piaceva il tè e pure incularsi a una figlia sua e al figlio della moglie sua, la puttana che dice che non abbiamo finito, la puttana che mi costringere a tagliare in quattro parti uguali al marito suo, il conte, la puttana che mi dice che ce la devo aiutare a ripulire bene, la puttana che mi fa chiamare alla polizia per dirci che il conte marito suo s'è svanito, la puttana che sviene tra le braccia d'un rattuso e arrapato di carabiniere perché io tengo una certa autonomia decisionale e mi so' chiamato i carabinieri invece della polizia che è sempre meglio averci a che fa co' gente un po' più scema quando sei colpevole come al re dei colpevoli, la puttana che piange come a 'na disperata che quasi quasi ci credo pure io che sta dispiaciuta, la foto della puttana che vuole dormire nel lettone con i suoi figli, e la cazza della foto più bella di tutte, quella dove c'è la puttana che mi colpisce con uno schiaffo e m'accusa d'averle ammazzato il marito dicendomi che avrei dovuto fermarla che non era lucida che era una ferita di poco conto che avrei dovuto chiamare l'ambulanza la puttana che mi dice che per colpa mia la vita sua adesso è un schifezza, ma questa è na foto vecchia.

         Cazzo, mamma quando te ne parti.

     "Hai chiamato i tuoi fratelli per invitarli? Verrano da noi a cena, stasera?".
     "Mamma sì, e mamma no e soprattutto, mamma da me, cazzodicasomai!".
     "Li hai chiamati e non verranno?" Con un'espressione d'incredulità pari a quella d'un fanciullo a cui hanno appena detto che la befana non esiste.
     "Già, e non verranno da me, non da noi!".
     "Sai, a volte non ti capisco". Eccone un'altra. La stessa frase di quando m'hai fatto falsificare la firma del conte sopra a una carta e a un assegno perché non potevamo correre rischi che infatti tu, puttana, mica hai corso dal momento che poi davanti a un giudice con i baffi e puzzolente di sudore ci sono andato io a dire che avevo personalmente visto a quello che ci piace il tè e che tiene l'hobby di fottersi ai ragazzini a prescindere dal sesso mentre che firmava quelle carte che mo' si guardavano il giudice puzzolente.

     "Se sono venuta qui, comunque, c'è un motivo ed è serio".
     "Ovviamente, mammina. Dimmi, sei in missione per conto del Signore e devo andarti ad accoppare il Papa?".
     "Tu lo sai, sui tuoi fratelli non ci si può contare, soprattutto su Al".
     "Mammina, ti secca se ti ricordo che Al era sul punto di dire sì lo voglio e tu ti sei gettata con le mani ad artiglio sopra alla faccia di quella povera Elisabeth e dopo che l'hai sfregiata con le unghie ti sei lasciata svenire sopra all'altare col prete che moriva dalla voglia di farti alla respirazione bocca a bocca Al in preda allo shock e un matrimonio andato a puttane?"
     "Sono  sua madre e l'ho fatto per il suo bene, quella poco di buono se lo sposava per i soldi".
     "Eccerto tu tieni un certo tipo d'intuito certamente certificato".
    "Risparmiati i tuoi giochetti di parole per quella robetta insulsa che vai scrivendo, che ti pubblicano solo perché la casa editrice è di Alistair"
   "Oh mammina, mammina grazie per avermelo ricordato".

          Gli ultimi raggi di sole riscaldano il volto di mia madre intenta a sorseggiare un negroni perfettamente preparato poiché se l'è preparato la puttana che adesso ha il viso del colore dell'ambra e chiamando a raccolta tutto il fascino immenso suo mi dice:
     "Ho bisogno di te".

          Cazzo di cazzo, ho bisogno di te. Ho bisogno di te, tesoro. Quando me lo disse eravamo a Manhattan, New York, America. Alistair stava organizzando un imbroglio di quelli suoi. Teneva bisogno di uno a cui intestare cento milioni di dollari che dovevano sparire. Non ci sono problemi, è 'na faccenda legale, e io mi sono fatto sette mesi di galera a New York, puttana cazzo d'una mamma puttana che ha bisogno di me.

     "Ho detto che ho bisogno di te!".
     "Ti ho forse mai negato qualcosa, mammina?".
     "Arrgh, credi che non potrei ancora prenderti a sberle, eh?".
   "Al contrario, non nutro nessun dubbio in proposito anche se ricordo d'averti sentita dire d'abbracciare il buddismo, ma potrei sbagliare. Faccio confusione con i ricordi".
   "Devi fare una cosa per me". Una bellissima donna, ancora estremamente affascinante nonostante i suoi sessantasei anni, dritta ed elegantemente fiera piazzata davanti a me. Chiedimi tutto, cos'altro mai potresti farmi, che altro può mai esserci.

     "Pare che Al abbia scritto un libro. E' la storia della nostra famiglia..."
   "E che vuoi che sia, Al è arrivato quando il l'uragano era passato, sarà un romanzo rosa al confronto con quello che potrei scrivere io..."
   "...se glielo pubblicano siamo tutti rovinati..."
    "...mammina, forse tu, tu sola ne saresti rovinata, pensa a tutte le tue ladies..."
  "...Al è a conoscenza di alcune partite contabili a me riconducibili grazie alle quali Alistair si salverebbe e per me si aprirebbero le porte del carcere, è per questo che devo divorziare prima e tu devi convincere Al a non pubblicare il libro".
"Bene, d'accordo. Giuliana l'ammazzi tu o dovrò occuparmi di lei anch'io? Quando la finirai? Quando cazzo ammetterai d'essere una fottuta pazza?".
"Devi chiamare Al e farlo venire qui. Adesso. Qui e ora".

          La puttana non è pazza, il pazzo sono io che chiamo Al e Al viene e Al si porta appresso il manoscritto e legge alcune cose che la puttana ha fatto  e che sarebbero incredibili se solo non si trattasse di mia mamma la puttana e Al poi dice che ha già un accordo con un editore e la puttana adesso è viola e Al dice pure che sa quel che ho fatto io che lo ha sempre saputo e che sa che Giuliana è andata a letto con Alistair ovvero con il padre di Al e io inizio a ridere pensando a una qualche cazzo di soap uruguaiana che quelle argentine so' fatte meglio e la puttana sbraita e Al piange istericamente e la puttana dice che gli ordina di non farlo e Al mi guarda e poi guarda la puttana e io vorrei chiamare Giuliana per chiederci come scopa Alistair e mi giro per prendere il cellulare e quando mi volto di nuovo vedo alla puttana che tiene un buco in mezzo alla fronte e Al tiene 'na pistola in mano e io ci chiedo che cazzo fai Al e Al mi risponde sparandomi tre volte dentro alla pancia, ma io non piango.

          Cazzo, io non piango.